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Tra il già e il non ancora
Adolescenti e paura di crescere


"Disegno la paura su un foglio, così va via dal mio cuore.
Di che colore è la mia paura? È di tutti i colori, come l’arcobaleno.
Non è una paura solo nera, tutta nera.
Non è una paura giallo limone o verde o viola.
È una paura soda e colorata, come la vita.
Si nasconde sotto il mio sorriso e alle mie chiacchiere placide.
Si nasconde come un grosso gatto e mugola piano.
Vuole essere coccolata e riscaldata.
Non vuole avere più paura.
Allora la tiro su un foglio perché si guardi in giro.
È stupido che si nasconda nel buio. Il buio non è il posto per la mia paura.
Viva e palpitante come un cuore, deve vivere e uscire nelle lacrime e potersi dire. Così possiamo vivere assieme, io e questa paura tonta.

Finché non succeda qualcosa e ci facciamo compagnia.
Se dico che non c’è, non è che per questo va via.
Allora è meglio conoscersi, e tenersi per mano, e farsi coraggio e avere fiducia finché non succederà qualcosa di nuovo e di bello, e ce ne usciamo di qua. Assieme. Prometto di non buttarla in un cassetto, quando tutto sarà finito e diremo: Uff, è finito. Prometto di portare fuori di qua anche la mia paura.
Ho riletto 100 volte la mia poesia sulla paura. Mi piace molto. Ora ho un po’ meno paura. Cioè, ho paura uguale, ma è un po’ addomesticata. E le cose che si vedono e che si dicono sono già molto meno spaventose. Devo provare a ridisegnare bene, perché del disegno non sono molto convinta" (C. Biscaretti, Di che colore è la mia paura. Diario di una malattia, Milano 2005).

La paura di crescere non è un sentimento passeggero ma uno stile di vita stabile e organizzato grazie al quale si preferisce, anche senza saperlo, attardarsi nell’adolescenza e rinviare il diventare adulti. All’idea di individuarsi, nasce la paura di non essere in grado di affrontare una nuova vita, di sbagliare strada, di fallire senza via di uscita e all’idea di separarsi si associa la paura di perdere, nella separazione, la vicinanza delle persone care, di non sentirsi sicuri di essere amati come prima, di non essere capiti. 

La sindrome di Peter Pan (così l’ha chiamata, negli anni ottanta, lo psicologo americano Dan De Kiley) colpisce chi, come lui, finisce per rimanere imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del ragazzo che non può continuare ad essere, chi ha provato a rifiutare le regole del mondo adulto e si è ritrovato sconfitto



10 Novembre 2018 presso il consultorio "La Bussola" - Cerea (VR)
Relatore: Enrico Parolari - Psicologo e Psicoterapeuta Centro Accompagnamento Vocazionale Milano

convegno novembre 2018


Intervento di Parolari

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